“Ciao…” (al tempo del coronavirus)

“Non si da la mano”, esclamo!

Inizia così questa breve riflessione sul come ci si saluta al tempo del coronavirus altrimenti detto covid-19, vissuta in un qualsiasi posto con una qualsiasi persona. E si perché venendo a contatto con persone che non vedevi da tempo, l’istinto reciproco è quantomeno darsi la mano, ma senza baciarsi come di solito sulle guance, segno che è sinonimo di amicizia, stima e anche affetto.

Quella frase, se detta poi da una terza persona che assiste all’incontro e ne è anche partecipe però, lascia un po un senso di colpa verso chi è abituato da sempre ad esternare i propri sentimenti, facendoli sentire quasi in colpa o colpevoli di condividere sentimenti positivi. E dunque, quel momento di piacere nel rivedere una persona amica, non è più vissuto con gioia e allegria ma col timore di aver fatto qualcosa di male.

Quel qualcosa che poi appartiene alla natura dell’uomo fatta di carne e tatto. Perché per l’uomo, toccare è un mezzo di comunicazione, un mezzo per testimoniare la presenza, al contrario delle istanze spirituali che restano nelle sfere dell’immateriale.

Gli occhi non bastano, le orecchie non bastano, il cuore vuole anche sensazioni, contatto fisico, vuole “scintille” e la storia, anche religiosa, ci insegna che l’aver creato delle icone a motivo fisico della presenza di Dio, della Madonna o di un Santo, anche attraverso una reliquia, è intransigentemente motivo che il contatto fisico prevale su quello spirituale o metafisico (per il lettore di bocca buona).

Di sicuro questa forma di privazione ha messo in luce la grande carenza di spiritualità (o follia) che abitava nell’uomo prima della ragione.

Gli amanti che passano così tanto tempo insieme non sanno cosa vogliono l’uno dall’altro e non è certo per i piaceri carnali che desiderano stare insieme, evidentemente hanno cose da dire che non riescono a dire, e perciò parlano in modo enigmatico e buio.” Queste le parole di Platone nel Simposio che descrivono quel rapporto tra ragione e follia ed il rapporto stesso della sublimazione come alternativa al contatto fisico tra gli amanti.

Dice Fedro “La follia dal dio proveniente è assai più bella della saggezza d’origine umana.” Ma per non divagare oltre nel vasto mondo filosofico, basti pensare ad un altra privazione imposta durante la liturgia , lo scambio della pace, quel segno semplice ma al tempo stesso complicato.

Entrare adesso nei meandri psicologici che accompagnano questo momento della liturgia è da evitare assolutamente, basta accennare che, delle volte, se non si gradiva la persona accanto, ci si girava dal lato opposto, l’umana ragione che prevale sulla follia dal dio proveniente. 

Il senso del contatto, del tatto che è stato tanto rafforzato nella religione giudaico cristiana, ha influenzato di sicuro la nostra cultura (occidentale), nel momento stesso in cui “Dio si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, ma questa è un’altra storia.

Tutto dunque si può riassumere in queste domande: quanto oggi è rimasto in noi di quella spiritualità che fa travalicare il semplice contatto fisico? Quanto questa forma di privazione ha inciso sulla nostra considerazione verso gli altri? Davvero avevamo ridotto quel semplice scambio fisico di saluto ad un abituale e riduttivo rituale, privo di significato? E per converso, stimiamo e ci affezioniamo solo alle persone che ci servono o riusciamo ancora a provare un profondo senso di ammirazione e stima disinteressata?

Riflessioni. 

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