Pensieri, Parole, Opere ed Omissioni

“Perché ho peccato”!

All’inizio della celebrazione, il popolo cristiano è chiamato a recitare una preghiera penitenziale in cui fa ammenda dei propri peccati pubblicamente. 
La prima parte è recitata dall’assemblea: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro». 
Ad invocare ulteriormente la misericordia ed il perdono di Dio seguono le parole del sacerdote con la supplica: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna
In questa preghiera, proprio all’inizio della celebrazione eucaristica, tutto il popolo cristiano si riconosce peccatore, iniziando un percorso in cui è chiamato alla conversione, per giungere alla salvezza con l’atto di comunione (Giovanni 54: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno). 
Ben diverso è il riconoscersi peccatori davanti al prossimo, proprio perché è diverso il rapporto: io ho ragione! 
Eppure il peccato si confessa anche “a voi fratelli e sorelle“, ammettendo le proprie colpe pubblicamente, ma il senso di questa riflessione non è questo ma il cammino che si fa dall’inizio della celebrazione fino alla comunione. 

La liturgia è sostanzialmente l’esercizio del ministero sacerdotale di Cristo attraverso riti che manifestano e fondano la Chiesa stessa. Oppure, in una routine di doveri da buon cristiano, a volte, si riduce ad essere solo un’azione, intesa come espressione di una realtà istituzionale e fondata su norme di culto.

Si va in chiesa quindi per motivi diversi, per pregare, per chiedere, per dovere.

Qualunque sia il motivo (forse anche in chiesa il centro del mondo continuiamo ad essere noi), la nostra mente non è spesso predisposta o abbastanza attenta o concentrata per riconoscere il profondo senso di una delle frasi più dirompenti: “non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato!“.

Una semplice frase di quel dialogo sacerdote-fedeli in un’alternanza di espressioni?

Non solo, ma molto altro

Il più delle volte, dopo aver detto questa frase ci si siede per non partecipare al banchetto dell’Eucaristia, pensando di avere qualche peccato da confessare e apro una brevissima parentesi.

Don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, in una lettera pubblicata sul quotidiano Toscana Oggi.it, tra le altre cose scrive, riferendosi al testo del Concilio di Trento: “[…] Sulla base questi testi mi pare non esservi alcun dubbio che la Chiesa ci esorti a fare sempre la comunione ogni volta che partecipiamo alla Messa, quindi come minimo tutte le domeniche, a meno di non essere consapevoli di aver commesso un peccato mortale. La Chiesa ci esorta a fare la comunione tutte le volte che è possibile perché ci ricorda che questo «cibo spirituale» ci libera dalle «colpe di ogni giorno» (cioè dai peccati veniali, come puntualizza anche il Catechismo della Chiesa cattolica) e ci preserva dai peccati mortali. La Chiesa ovviamente non ci obbliga a fare le comunione tutte le domeniche, (l’obbligo esiste ma è limitato a una volta all’anno!), ma certo ci fa capire che rinunciare alla comunione significa privarsi di un grande aiuto spirituale che il Signore ci ha donato nella sua bontà, consapevole dei nostri bisogni. Certo (continua Don Cioli), proprio la consapevolezza della grandezza e della bellezza del dono ci spinge a non accostarci al Sacramento in una condizione indegna e quindi, come puntualizza il Concilio, ciascuno deve esaminare se stesso con sincerità e desiderio di conversione, e confessare i peccati gravi di cui avesse consapevolezza, soprattutto in vista della propria conversione e della vita eterna. Ma se uno non ha consapevolezza di aver commesso peccati gravi non dovrebbe aver timore di accostarsi all’eucaristia […]“.

Ciononostante, riconoscersi peccatori talvota è talmente grande da non saper riconoscere il significato di quello che è stato detto prima, a questo punto della celebrazione: “… Ma di soltanto una parola ed io sarò salvato“.

Ecco: il compimento in cui Dio Padre mostra tutto il suo amore per condurci alla salvezza, in un momento in cui, aggiungerei, dovremmo essere abbadonati a Lui e penitenti chiedere il Suo perdono.

“… Ma di soltanto una parola ed io sarò salvato”

Se questa frase non suscita ancor nessuna reazione, chiamiamo in causa l’evangelista Matteo, versetti 8-9: “Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».
La spontaneità con la quale il centurione si rivolge a Gesù è devastante: è un atto di totale affidamento a Lui, denso di quella fede che salva il cieco quando chiede allo stesso Gesù di guarirlo: “Va, la tua fede ti ha salvato!” (Mr 10,52).
Cosa differenzia allora il senso della fede nella storia? Che differenza c’è tra la frase del centurione e quello che rispondiamo al sacerdote quando, innalzando il calice e l’ostia dice: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo“? Forse un bisogno apparente o un profondo senso di appartenenza, un’appartenenza a Dio Padre? Quanto oggi riconosciamo in noi e nel prossimo questa appartenenza filiale a Dio?

Non lo sappiamo, perché i tempi cambiano e con essi i valori, quei codici non scritti spesso citati dai nostri nonni nella frase “non ci sono più i valori di una volta“.

La scala dei valori muta con l’evolversi della società e la società cambia a seconda di dove si colloca il suo motore, nella famiglia sicuramente in precedenza, nella tecnica oggi. 

Ma a Dio, grande e misericordioso, lento all’ira e immenso nell’amore, basta dire una parola per salvarci perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto”

Nota conclusiva..

Quanto scritto, è il frutto di una personale riflessione ed un viaggio tra le parole e la storia. 

Il sacramento della riconciliazione è uno degli aspetti più singolari e belli del cattolicesimo. Gesù Cristo, nella suo profondo amore e nella sua misericordia, ha istituito il Sacramento della Confessione per permettere a noi peccatori di poter ottenere il perdono dei i nostri peccati e di riconciliarci con Dio e con la Chiesa. Il sacramento “ci rende puliti” e ci rinnova in Cristo (cattolicibentornatiacasa.com).

“Gesù disse loro di nuovo: ‘Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’. E quando ebbe detto questo, alitò su di loro, e dissi loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo. Se perdonerete a qualcuno i suoi peccati, questi saranno perdonati; Se rimetterete a qualcuno i suoi peccati, questi saranno rimessi” (Giovanni 20:21-23).

E’ doveroso quindi riportare la nota conlcusiva dello stesso Don Cioli, che scrive: “Una via da percorrere per superare la condizione di dubbio circa la propria reale condizione di peccato, […] e per non cadere né in un atteggiamento di scrupolo, che vede il peccato mortale ovunque, né in quello di una superficialità che si autoassolve da ogni peccato, penso possa essere quella di intraprendere un serio percorso di direzione spirituale in grado di fornire sereni criteri di discernimento per camminare e convertirsi nella carità, sentendosi veramente amati da Dio. Egli non è un giustiziere che attende la nostra caduta per condannarci, ma è il Padre che ci attende con amore per correrci incontro e abbracciarci (cfr. Lc 15,20).”

Riflessioni. 

 

 

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